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Negli anni’ 10, lo sviluppo delle poetiche cubiste che il teatro offre a Picasso con i balletti russi o che offre a Depero e ai futuristi(ma anche a moltissimi altri artisti d’avanguardia) ,soprattutto nell’ambito del costume(mai abbastanza esaminato e criticato), supera la vecchia dicotomia tra arte pura e arte applicata e va ben oltre le potenzialità della pittura e persino della scultura “pura “, quantomeno perché ne introduce l’elemento dinamico nonché quello rituale-live della loro creazione attraverso l’attore o il danzatore o la marionetta;cosi’ dicasi per le elaborazioni dei costume realizzate da Schlemmer , non solo per il famoso Ttriadsche Ballet.Le avanguardie ,dunque ,non solo hanno continuato a dare al teatro la dignità di linguaggi poetici di astrazione,anche nel caso dei costumi (e non solo dello spazio scenico), ma ne recuperano in questo ,il rito e “luogo simbolico” e dei linguaggi assolutamente specifici per parlare” all’anima”, rompendo la sudditanza delle arti visive legate alla scena ,a cui tutta la tradizione barocca e illusionistica fino all’ottocento lo aveva condannato e relegato sempre più.
La questione delle arti visive teatrali posta in maniera dicotomica tra arte pura e arte applicata, è dunque anacronistica e superficiale e non solo alla luce di un intero secolo di sperimentazioni avanguardistiche. Parafrasando Le iris e Delangue,che si pongono lo stesso problema sulla natura dell’arte africana si può dire che”una posizione simile parrebbe giusta in linea di massima,ma negare all’arte il diritto di essere poco o tanto funzionale,condurrebbe a una duplice assurdità:quanto all’Europa,respingerebbe dalla parte delle arti applicate
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